ALLA SCOPERTA DI GESÙ MAESTRO di vita


Gesù e il Vangelo "quadriforme"
   

Iniziamo una serie di riflessioni bibliche su "Gesù Maestro" come viene presentato nei Vangeli, a partire da S. Matteo.
 

LA TRADIZIONE della Chiesa ci ha consegnato quattro diversi vangeli ("il vangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni", Dei Verbum 18), nei quali è stata fissata la persona di Gesù con le molteplici sfumature del suo volto, della sua predicazione, del suo agire e del suo chinarsi sulla nostra umanità. Probabilmente un unico ritratto di Gesù non avrebbe esaurito la ricchezza della sua opera e non sarebbe riuscito a sondare la profondità della sua persona.
Lungo la storia della trasmissione dei Vangeli c’è stato il tentativo di comporre un’armonia tra questi quattro libretti su Gesù, volendo così appianare e uniformare le diversità, le sfumature e le apparenti contraddizioni che sembrano trasparire dal racconto dei quattro evangelisti (è il caso del Diatèssaron di Taziano, composto verso il 170 d.C., significativo già nel titolo: un unico vangelo ottenuto "attraverso" - in greco: dià - i "quattro" evangelisti - in greco: tèssaron). Questa "concordia" tra gli evangelisti che anche S. Agostino ribadì nella sua opera De consenso evangelistarurn, opponendosi a quanti sostenevano con forza che nei Vangeli fossero presenti brani in contrasto tra loro, se da una parte si prefiggeva lo scopo di salvaguardare la verità degli evangelisti, dall’altra però riduceva, ignorandole, le particolarità proprie di ciascun evangelista.

Icona di Gesù Maestro benedicente e con il libro aperto.
Icona di Gesù Maestro benedicente e con il libro aperto.

Modo nuovo di accostarci al Vangelo

Uno dei meriti che, lungo la storia dell’interpretazione biblica, ha avuto il metodo storico-critico (cioè quel particolare accostamento scientifico ai testi biblici che nei secoli XVIII-XIX subentrò alla interpretazione allegorica della Bibbia propria dei Padri della Chiesa e del Medioevo) è stato quello di aver individuato le caratteristiche, le tendenze, l’ambiente di vita e la teologia che contraddistinguono i singoli evangelisti. Tutto ciò offriva un nuovo modo di accostarsi ai Vangeli: non si mirava più alla ricerca di un’armonia o di un forzato concordismo tra loro, ma alla ricerca di ciò che costituiva "il proprio" di ciascun evangelista (la sua particolare presentazione di Gesù; il suo particolare linguaggio, la sua teologia, l’impostazione data da ciascuno al racconto evangelico, i tratti della persona di Gesù).

Da allora c’è stato un proliferare di opere dal titolo significativo sulla teologia dei singoli evangelisti, sulla loro particolare presentazione della figura di Gesù, sulla "redazione" dei singoli vangeli, cioè sulla scelta del materiale su Gesù (gli evangelisti infatti "scrissero i quattro vangeli scegliendo alcune cose tra le molte che erano state tramandate a voce o anche per iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con particolare riguardo alla situazione delle Chiese", Dei Verbum 19) e sulla "cornice" entro la quale ogni evangelista colloca questo materiale (ad esempio Matteo lo colloca nella "cornice" di cinque grandi discorsi che riproducono i primi cinque grandi libri della Bibbia; Luca invece preferisce la "cornice" di un lungo viaggio che Gesù compie dalla Galilea verso Gerusalemme).

Anche noi ora ci collochiamo in questa ottica per andare alla scoperta della figura di Gesù, del suo volto, delle sue parole, della sua predicazione come emergono dal racconto e dalla "cornice" dei singoli evangelisti. In questa ricerca seguiremo il ciclo liturgico triennale della lettura dei vangeli domenicali (Matteo per l’Anno A, Marco per l’anno B, Luca per l’Anno C). Cercheremo di scoprire quale volto di Gesù appare tra le righe dei singoli evangelisti e quale cammino egli abbia percorso nella sua perfetta umanità e nella sua perfetta divinità, come sono rivelate nei diversi titoli con cui i quattro evangelisti delineano la sua identità di uomo-Dio


Gesù nuovo Mosè
   

Accostandoci alla figura di Gesù, iniziamo dal ritratto che ne delinea l’evangelista Matteo. 

Dell’evangelista Matteo colpisce innanzi tutto il radicamento nell’ebraismo. I destinatari del suo vangelo sono infatti gli ebrei che hanno abbracciato il cristianesimo (in seguito saranno chiamati "giudeo-cristiani") e che hanno una grande familiarità con le Scritture. Per loro il testo della Bibbia era tutto. Da libro della fede esso si presentava anche come libro della prima alfabetizzazione, dell’apprendimento della storia, della scienza, della medicina.
Soprattutto i primi cinque libri della Bibbia erano determinanti per la fede e la vita del pio ebreo e del suo popolo. Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio costituivano un unico insieme, chiamato dagli ebrei con il nome di Toràh ("Legge") e dai traduttori greci con quello di Pentateuco ("I cinque astucci", all’interno dei quali venivano custoditi i rotoli su cui erano scritti i libri biblici).

Mosè presenta le tavole della Legge agli Ebrei (Logge di Raffaello, Vaticano).
Mosè presenta le tavole della Legge agli Ebrei (Logge di Raffaello, Vaticano).

"Cinque grandi discorsi" di Mosè

I primi cinque libri della Bibbia (o rotoli) erano considerati dalla tradizione ebraica come cinque grandi discorsi di Mosè, il grande personaggio che è all’origine della formazione di Israele come popolo di Dio. E sempre in questa tradizione era abituale chiamare la parte legislativa della Bibbia con il nome di "Mosè" (vedi Mc 10,3-4: "Che cosa vi ha ordi-nato Mosè?") e la parte che raccoglieva la predicazione dei profeti con il nome di "Elia" (un cenno si trova nell’episodio della trasfigurazione, dove accanto a Gesù compaiono "Mosè" ed "Elia", per designare la legge e i profeti, vedi Mt 17,3).

" I cinque grandi discorsi" di Gesù nel vangelo di Matteo

L’evangelista Matteo si ispira a questo sfondo e alla figura di Mosè per delineare uno dei ritratti che egli ci offre di Gesù. Il Suo Vangelo viene ritmato da cinque grandi discorsi, quasi un nuovo Pentateuco che Gesù, nuovo Mosè, dona all’umanità, a compimento della rivelazione che Dio ha fatto di se stesso nelle Scritture. Sono il discorso della montagna (Mt 5-7), il discorso missionario (Mt 10), il discorso in parabole (Mt 13), il discorso comunitario (Mt 18), il discorso escatologico (o della fine del tempo e del mondo, Mt 24-25).

In questi grandi discorsi l’evangelista colloca l’insegnamento fondamentale e decisivo di Gesù, come nei primi cinque libri della Bibbia era stata fissata la norma della fede e della vita di Israele (che proprio per questo attribuiva al solo Pentateuco il massimo di ispirazione).

L’Evangelista Matteo (Miniatura della Biblioteca Marciana di Venezia) nella Edizione speciale di Famiglia Cristiana, San Paolo 2003.
L’Evangelista Matteo (Miniatura della Biblioteca Marciana di Venezia)
 

Mosè e Gesù nel cammino della rivelazione biblica

Tra tutti gli evangelisti, Matteo è il solo a trasmettere il racconto della discesa di Gesù (e della sua famiglia) in Egitto. Egli non ha esitato a cogliere in questo evento il confronto tra Gesù e Mosè: anche Gesù, come Mosè e Israele, è stato straniero e fuggiasco in Egitto, rivivendo in sé questa tappa significativa della storia della salvezza, che la Bibbia ci ha consegnato nel libro dell’Esodo e in quelli del deserto (Levitico, Numeri, Deuteronomio).

Probabilmente gli occhi di Matteo si erano fissati con un certo interesse anche sui personaggi che, come nella vicenda di Mosè narrata nel libro dell’Esodo, ora circondano Gesù: il padre Giuseppe (che richiama il grande ebreo vicerè di Egitto all’epoca della discesa dei figli di Giacobbe sulle rive del fertile Nilo), la madre Maria (che richiama la sorella di Aronne, sulle cui labbra viene posto il cantico di Es 15,21, come sulle labbra di Maria, Luca pone il cantico del "Magnificat").

Gesù è delineato come nuovo Mosè anche nel "discorso della montagna" (vedi Mt 5-7). La montagna richiama il monte Sinai, sul quale Mosè ricevette da Dio il dono della legge (vedi Es 19-20). Nel simbolismo biblico essa é vista come la dimora di Dio, verso cui l’uomo compie un lungo cammino di ascesa e di avvicinamento, favorito dall’orientamento e dalla guida della legge del Signore, accolta e osservata. Nel "discorso della montagna" Gesù porta a compimento la rivelazione che Dio ha fatto di se stesso al popolo di Israele, prospettando un nuovo cammino per giungere a Dio, che coinvolge tutto l’essere dell’uomo, soprattutto la sua interiorità (che la Bibbia ama esprimere con il termine "cuore").

Le espressioni "avete inteso che fu detto agli antichi" (per indicare la prima rivelazione fatta da Dio a Israele) e "ma io vi dico" (per indicare il compimento della rivelazione in Gesù) non vanno intese come semplici contrapposizioni, ma come il traguardo cui conduce il lungo cammino di fede del popolo di Israele, educato da Dio e dalla sua legge e ora formato dalla parola di Gesù e dall’interiorità del suo vangelo. É stato un cammino lento e graduale, ancorato prima a Mosè e ai precetti esterni della legge ("non uccidere", "non commettere adulterio") e ora orientato dal profondo richiamo di Gesù all’interiorità (amare anche i nemici, escludere anche il solo desiderio adultero, porgere anche l’altra guancia).


L’Emmanuele, il "Dio con noi"
   

È il profeta Isaia a delineare questo particolare volto di Dio, che si rivela al popolo di Israele, minacciato dai nemici, come il "Dio con noi" (Is 7,14).
 

Il capitolo 7 del suo libro fa parte di una sezione più ampia (racchiusa nei capitoli 6-12), conosciuta come "Il libro dell’Emmanuele". In essa, di fronte alla grave situazione in cui versano gli abitanti del regno di Giuda, che addirittura temono l’estinzione della dinastia davidica, depositaria delle promesse messianiche, il profeta annuncia l’intervento di Dio come "Emmanuele" (in ebraico immanù, "con noi"; El, "Dio"). In questo termine si sente l’eco dell’alleanza stretta dal Dio della Bibbia con il suo popolo, mediante la quale Jhwh impegna tutto se stesso in favore di Israele, assicurandogli una terra, un popolo, una discendenza.

Gesù, l’"Emmanuele"

Anche l’evangelista Matteo si ispira a questo titolo del Dio della Bibbia per presentare la persona di Gesù. Nella storia della salvezza la situazione di peccato in cui versa l’umanità è vista dall’evangelista simile a quella tragica in cui versava il popolo di Israele al tempo del profeta Isaia. E come a quell’epoca Dio si era reso visibile mediante il dono/segno di un figlio alla giovane moglie del re Acaz ("Il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele", Is 7,14), così ora egli rende visibile il suo intervento in favore di tutta l’umanità con il dono definitivo di Gesù alla giovane sposa di Giuseppe, Maria.

S. Matteo, Miniatura russa, fine XIV sec.
S. Matteo, Miniatura russa, fine XIV sec.

Il confronto tra le due situazioni ci è suggerito da Matteo stesso, il quale vede nella nascita di Gesù dalla Vergine Maria il pieno e definitivo compimento della promessa di Isaia: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi" (Mt 1,22-23).

"Io sono in mezzo a loro"

Nel titolo di Emmanuele applicato a Gesù, l’evangelista Matteo (che è il solo a proporlo) vede tratteggiata tutta l’esistenza della comunità dei discepoli e della Chiesa stessa, la nuova comunità messianica. I discepoli, nel suo Vangelo, sono presentati come il modello del cristiano di ogni tempo. La loro vita quotidiana è scandita dal rapporto personale con Gesù: con lui essi vivono, pregano, camminano, consumano i pasti, dialogano, annunciano il Regno, si chinano sulle sofferenze dell’uomo. È con loro che Gesù istituisce quello stile di vita e quel rapporto particolare che, nell’epoca messianica da lui iniziata, caratterizzano la vita della comunità cristiana e i rapporti fraterni dei membri che la compongono, immersi nell’esperienza dell’Emmanuele.

Questo stile di vita culmina nell’affermazione che Matteo colloca al centro del suo Vangelo (e tale collocazione contribuisce, secondo le regole dello stile letterario antico, ad accentuarne la portata): "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). In questa affermazione, l’espressione Io sono in mezzo a loro va considerata come sinonimo di Emmanuele.

Gesù, il Dio-con-noi, nell'Eucaristia realizza la promessa: "Io sarò con voi tutti i giorni".
Gesù, il Dio-con-noi, nell’Eucaristia realizza la promessa: "Io sarò con voi tutti i giorni".

"Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo"

Nello stesso titolo di Emmanuele, l’evangelista Matteo vede delinearsi anche la vita delle comunità cristiane di ogni tempo. Terminata la stesura del suo racconto su Gesù, l’evangelista ha la consapevolezza che questo racconto ora va incarnato nella comunità dei discepoli e delle comunità che essi formeranno.

L’esperienza del "Dio con noi" che i discepoli storici di Gesù hanno fatto, va ora proposta a quanti sono raggiunti dal Vangelo di Gesù e a quanti guardano alla sua persona come Messia e Salvatore. È questa la missione che Gesù affida ai suoi discepoli storici: "Andate e fate discepole (meglio della traduzione: "ammaestrate") tutte le nazioni..." (Mt 28,19). Si tratta di riproporre la loro vita in comune con Gesù, la loro amicizia con lui, la fiducia e la speranza, le attese e gli orizzonti che lo stare con lui ha suscitato in loro. Accogliendo la persona di Gesù e sperimentando la sua presenza di Emmanuele, le comunità cristiane di ogni tempo rendono Gesù "il Vivente" e lo fanno loro contemporaneo. L’espressione racchiusa in Mt 28,20 "Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo" (da intendere anch’essa come sinonimo di Emmanuele), rivela la presenza di Gesù in queste comunità che, pur lontane nel tempo dai discepoli del Vangelo, ne vivono nuovamente l’esperienza e lo sentono pulsare vivo in mezzo a loro.

Probabilmente , è per questa continuità di vita e di fede tra la generazione di Gesù e le tante che ad essa si succederanno, che l’evangelista Matteo ha "rinunciato" alla descrizione di un Gesù che "viene tolto di mezzo ai suoi" (come fa Luca in At 1,11), in favore di un Gesù-Emmanuele, in mezzo ai suoi "sino alla fine del mondo", cioè per sempre (l’evangelista Matteo, infatti, è il solo a non descrivere l’ascensione di Gesù).


GESÙ, IL MAESTRO
   

Quello di "maestro" è il titolo con cui Matteo preferisce presentare Gesù ai destinatari del suo vangelo.
 

I destinatari dell’Evangelista Matteo, infatti, erano in prevalenza ebrei e nutrivano un forte legame con le istituzioni del loro popolo, tra le quali emergeva quella del "maestro" (pensiamo alle diverse categorie che anche al tempo di Gesù ruotavano attorno a questa istituzione: "scribi", "dottori della legge" e i molti "rabbì" con la loro cerchia di discepoli).

Cristo Maestro, icona di Marek Grzegorek.
Cristo Maestro, icona di Marek Grzegorek.

I grandi discorsi di Gesù nel vangelo di Matteo

Due sono soprattutto gli elementi che, nel vangelo di Matteo, permettono di far emergere in Gesù la figura del maestro. Il primo - sul quale ci soffermiamo in questa riflessione - è costituito dall’insieme dei cinque grandi discorsi che formano l’ossatura (qualche studioso preferisce parlare di "cattedrale") del vangelo secondo Matteo.

In questi discorsi, particolarmente in quello racchiuso in Mt 5-7 (conosciuto più comunemente come "il discorso della montagna") Gesù viene presentato con i tratti del legislatore, dell’educatore e dell’interprete della Rivelazione che Dio ha fatto di se stesso al suo popolo nell’Antico Testamento. In questi ruoli, Gesù si muove con le stesse "tecniche" dei maestri del suo tempo, i quali amavano trasmettere il loro insegnamento con la ricchezza della loro tradizione religiosa (chiamata "tradizione degli antichi", trasmessa in forma orale). Pensiamo solo all’attenzione che Gesù presta allo stile dei maestri delle scuole rabbiniche del suo tempo, per fissare il loro insegnamento nella memoria degli uditori. Ecco qualche esempio. Sette sono le domande del "Padre nostro". Sette sono le parabole del discorso missionario (Mt 13). Sette sono i "guai" contro i farisei (Mt 23). Sette i demoni scacciati e nuovamente in possesso della casa pulita (Mt 12,45). Sette sono i pani e sette le ceste nel miracolo della moltiplicazione dei pani. Tre sono le pratiche proposte da Gesù in sintonia con la tradizione religiosa di Israele (elemosina, preghiera, digiuno; vedi Mt 6,1-6). Due sono gli indemoniati che Gesù libera nella località di Gerasa (Marco parla di uno solo), come due sono i ciechi guariti a Gerico (mentre Marco ne presenta solo uno). Nella concezione biblica il numero sette indica perfezione, il tre è simbolo di armonia, mentre il due richiama l’autenticità della testimonianza (che a sua volta rimanda al suo fondamento nelle due tavole della legge sinaitica).

"Il Maestro ti chiama…" (Acquarello dipinto da S. Teresina di Lisieux).
"Il Maestro ti chiama…" (Acquarello dipinto da S. Teresina di Lisieux).

Questa armonia numerica, adottata dall’insegnamento rabbinico, colloca Gesù accanto ai maestri delle scuole rabbiniche del suo tempo. In questo senso egli non viene "per abolire" o per creare una frattura nella Rivelazione che Dio ha fatto di se stesso, ma ne garantisce la validità e la continuità («In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto», Mt 5,18).

I grandi discorsi di Gesù nel vangelo di Matteo, tuttavia segnano anche un’importante tappa nel progresso della Rivelazione. È ciò che Matteo chiama con il nome di "compimento": «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Trasmessa da Mosè e dai Profeti, la prima Rivelazione non è destinata a rimanere cristallizzata. Essa necessita di una continua crescita, di un continuo progresso che confluiscono nella persona di Gesù e nella sua parola rivelatrice.

Gesù, maestro e comunicatore

Un maestro in Israele è tale se è inserito nell’alveo di questa Rivelazione e se ha la capacità di trasmetterla con l’efficacia della comunicazione. Così ha operato Gesù, il Maestro. Egli non ha solo "ripetuto" la dottrina della Rivelazione (sappiamo che nelle scuole rabbiniche si procedeva con il metodo della "ripetizione", che garantiva la continuità. e la verità della dottrina: "Rabbi X ha detto", "Rabbi Y ha detto" ecc.), ma vi si è immedesimato fino a portarla al suo pieno compimento, spezzando la "catena" della ripetizione (esterna e formale) e penetrando il significato più profondo (e perciò sempre attuale) che la Rivelazione ha in sé. Per questo egli può affermare: «Avete inteso che fu detto agli antichi... ma io vi dico» (come leggiamo nelle cinque antitesi in Mt 5,21 ss).

Chiesa delle Beatitudini, presso il lago di Tiberiade (Israele).
Chiesa delle Beatitudini, presso il lago di Tiberiade (Israele).

Gesù non è perciò un mero "ripetitore", che si appella all’autorità di chi lo ha preceduto, ma è un vero "comunicatore", che ha un messaggio innovativo da trasmettere sulla Rivelazione e dei destinatari che ad esso si aprono. Egli ha compreso il cuore della Rivelazione, che è soprattutto l’interiorità, a differenza delle scuole rabbiniche che si irrigidivano sulla esteriorità/materialità.

Nei grandi discorsi nei quali Matteo ha concentrato il "magistero" di Gesù appare, sì, il riferimento costante all’Antico Testamento, ma soprattutto appare il progresso che la Rivelazione ha compiuto dalle prime tappe della sua materialità ("devi fare... non devi fare", "se ascolti avrai la vita... se non ascolterai incontrerai la morte, la spada, l’esilio") alla tappa definitiva che si innerva nel cuore del credente del tempo di Gesù e del credente di ogni tempo. In questo richiamo all’interiorità (che esclude addirittura anche il solo desiderio del reale e la più piccola incomprensione verso il fratello, vedi Mt 5,21-22.27-28) appare la grandezza del "magistero" di Gesù nel suo tempo. Di fronte alle esigenze radicali dell’interiorità proposta da Gesù nella sua veste di "maestro", Lutero non esitava a chiamare Gesù Mosissimus Moses, cioè un Mosè ancor più rigoroso di quello che aveva proposto la prima tappa della Rivelazione, nella morsa della sua "materialità".


"Uno solo è il vostro Maestro"
   

Nel vangelo secondo Matteo, il capitolo 23 si presta a una riflessione che aiuta a meglio comprendere l’identità e il ruolo racchiusi nel titolo di "Maestro" attribuito a Gesù.
 

IL CAPITOLO, che si presenta come un’aspra polemica tra Gesù e le guide spirituali del suo tempo (scribi, farisei, dottori/interpreti della Legge mosaica) ha il suo contesto in parte nell’epoca di Gesù, in parte nell’epoca dell’evangelista e della sua comunità, quando i rapporti tra la comunità cristiana e la sinagoga erano molto tesi.

"Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei"

Il primo riferimento è alla sinagoga, il luogo di incontro (in greco synagoghè significa "raduno") per il culto del sabato. Essa era sorta in Israele all’epoca dell’esilio babilonese, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme. Dalla "cattedra" o "pulpito" (in ebraico, tevà) si leggevano e si commentavano le Scritture (soprattutto la Toràh, cioè il Pentateuco). La "cattedra" perciò designava l’autorità ufficiale e collegava il culto della sinagoga con tutta la tradizione biblica, che vedeva in Mosè l’unico Custode e l’unico Interprete.

Il verbo "stare seduti" indica nel linguaggio biblico il ruolo del maestro e del sapiente (o saggio). 
Chi "sta seduto" rivela l’atteggiamento di chi non ha fretta e ha qualcosa di importante da comunicare e su cui far riflettere gli ascoltatori e i destinatari. Poiché il testo originale del vangelo di Matteo usa il verbo al passato ("si sono seduti" e non "si siedono"), appare significativo il messaggio di Gesù: scribi e farisei non hanno più l’autorità del maestro e del sapiente, anche se essi rivendicavano il collegamento con Mosè, il Maestro e il Sapiente per eccellenza. Uno dei trattati della Mishna (raccolta di testi religiosi) inizia infatti così: "Mosè ricevette la Toràh dal Sinai e la trasmise a Giosuè; Giosuè agli Anziani; gli Anziani ai Profeti e i Profeti la trasmisero agli scribi della Grande Sinagoga (cioè l’assemblea qualificata degli scribi e dei dottori della Legge sia del tempo di Gesù sia del tempo a lui posteriore, quando nel I secolo d.C. sorse nella città di Iamnia la Grande Sinagoga, custode dell’ortodossia ebraica). Essi dicevano tre cose: Siate circospetti nel giudicare; formate molti discepoli; fate una siepe intorno alla Toràh" (Trattato "Capitoli dei Padri" I, 1).

L’assenza di questa autorità negli scribi e nei farisei, che nel progetto della Rivelazione ormai è trasferita a Gesù e alla sua Parola, spiega perché spesso i vangeli sottolineano che Gesù "insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (Mt 7,28; Mc 1,22; Lc 4,32).

Gesù Maestro tra Pietro e Paolo, Luca e Andrea, nell'Abside della Basilica di San Paolo in Roma.
Gesù Maestro tra Pietro e Paolo, Luca e Andrea, nell’Abside della Basilica di San Paolo in Roma.

"Allargano i filattèri e allungano le frange"

Con questa annotazione la tradizione religiosa di Israele viene riportata da Gesù alla sua purezza originaria. Questa stessa annotazione (con quelle che seguiranno) orienta a comprendere quale sia 1’opera di formazione e di interiorizzazione che ha caratterizzato Gesù come Maestro/Sapiente/Interprete. I filattèri (dal greco phylasso, "custodire") sono due astucci di cuoio nero che racchiudono alcuni importanti testi della Bibbia (come Es 13,1-10.11-16; Dt 6,4-9; 11,13-21), recitati ogni mattina insieme con la preghiera dello Shema’ Israel ("Ascolta Israele").
Per questo gli Ebrei amano chiamarli tephillìn (cioè "preghiere"). Durante la preghiera questi astucci si applicano alla fronte e al braccio sinistro con strisce di cuoio.

Le frange (in ebraico zizit) sono quattro fiocchi che scendono agli angoli del mantello (chiamato tallit o talled) che l’ebreo indossa quando prega. Composti da fili intrecciati e annodati, in antico contenevano all’interno un filo di porpora color viola, che doveva ricordare al fedele israelita "tutti i comandi del Signore" (Nm 15,39). Oggi gli Ebrei osservanti portano queste frange o fiocchi anche all’estremità di un piccolo scapolare (chiamato proprio "quattro angoli", in ebraico arba’ kanfot), che indossano sotto gli abiti.

La novità portata da Gesù riguarda soprattutto l’interiorità della pratica religiosa. È ciò che la Bibbia ha sempre chiamato con il termine "cuore", riferendo ad esso gli elementi più cari alla spiritualità dei Profeti e alla preghiera dei Salmi: occorre "circoncidere il cuore", occorre chiedere "un cuore nuovo, uno spirito nuovo", occorre presentarsi al Signore con un "cuore affranto e umiliato" o "cuore penitente" (Don Alberione), che Dio "non disprezza" (vedi Sal 51).

Anche Gesù, nella sua qualifica di maestro/interprete della Legge rimanda a questa interiorità del "cuore", quando afferma: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8), a differenza di chi vedeva questa "purezza" nella sola osservanza esteriore e negli ornamenti delle vesti rituali ben visibili e ostentate.

"Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente"

Nell’ebraismo "legare/sciogliere" è un’espressione che indica l’attività legislativa degli scribi e dei farisei, la loro autorità di decidere ciò che è proibito e ciò che è permesso, il loro potere di ammettere e di escludere dalla comunità. La "siepe" che essi erano andati man mano innalzando attorno alla Legge mosaica per preservarla da ogni violazione e profanazione, si era fatta sempre più fitta. I precetti da osservare erano diventati 613, di cui 365 negativi (tanti quanti i giorni dell’anno) e 248 positivi (quante erano le parti del corpo umano). Era stato anche codificato un elenco di ben 39 lavori che non si potevano compiere in giorno di sabato (tra cui accendere il fuoco o trasportare un ferito). Inoltre era sempre in vigore la minuziosa casistica del Levitico su ciò che era "puro" e "impuro" (cfr Lv 11-15).

Nella sua attività di Maestro/Interprete della Legge, Gesù non esita ad aprire un varco in questa fitta "siepe" e a far uscire alla libertà i destinatari della sua Parola, soffocati da questi "pesanti fardelli": "Venite a me voi tutti che faticate e vi piegate sotto un pesante fardello e io vi libererò da quel peso" (vedi Mt 11,28, dove nel testo originale compare lo stesso termine "pesanti fardelli" che si trova nel capitolo 23).

Gesù Crocifisso, maestro della Croce.
Gesù Crocifisso, maestro della Croce.

"Non fatevi chiamare 'maestri', perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo"

Nel suo vangelo, Matteo usa diversi termini per indicare il "maestro". Il primo è l’ebraico/aramaico rabbì ("Mio grande", "Mio maestro"), che è quello più usato nell’ambiente biblico e il più ricercato e ambìto dagli scribi (soprattutto negli anni 60-80 d.C. – l’epoca in cui scrive Matteo - rabbì era diventato il termine tecnico per indicare il maestro/sapiente autorizzato). In un testo del Talmud si legge: "Quando il re Giosafat vedeva un discepolo degli scribi scendeva dal trono, lo abbracciava e gli diceva: padre mio (abì), maestro mio (rabbì), signore mio (marì)".

Il secondo termine è didàskalos, che ha origine nell’ambiente grecoellenistico, dove designava il precettore o l’educatore. Ma vi è un terzo termine che è usato solamente da Matteo e proprio in questo capitolo (23,10): katheghetès. La sua origine è nel verbo greco corrispondente eghèomai, che significa "guidare", "condurre". Gesù è la "guida" che "conduce" lungo una direzione, secondo una traccia, verso una meta, come indicano le diverse sfumature della preposizione greca katà, di cui questo termine è composto (katà ed eghèomai, dacui katheghetès).

Appare così con più evidenza la contrapposizione tra la qualifica di Gesù come Maestro/Guida e la qualifica riservata agli scribi e ai farisei. Essi vengono definiti "guide cieche" (Mt 23,16). Il termine "guida" riferito agli scribi e ai farisei è reso con odegòs, che deriva dal greco odòs, "via", e dal verbo eghèomai, "guidare".

Ma mentre Gesù è colui che guida "lungo una direzione", "secondo una traccia", "verso una meta" tutti gli altri non posseggono una simile autorità né una simile pienezza di Rivelazione. È ciò che Matteo (in sintonia qui con il vangelo di Giovanni) chiama "guide cieche", "camminare nelle tenebre", "buio", "ombra di morte", "cecità".


"Procurati un maestro"
   

Un testo rabbinico, nel presentare i titoli di Gesù nel vangelo di Matteo, rivolgeva ai maestri del popolo giudaico questa esortazione: "Formate molti discepoli e fate una siepe intorno alla Toràh" (Trattato "I Capitoli dei Padri" 1,1).
 

Quello del maestro/discepolo è sempre stato un dittico caro alla tradizione religiosa e culturale di Israele. Le tradizioni profetiche (anche quelle più arcaiche, documentate già nei libri di Samuele) parlano di "figli dei profeti", cioè di discepoli che si sono formati all’insegnamento e alla vita di quelle grandi figure carismatiche che sono i profeti della Bibbia (vedi 1Sam 10; 1Re 2; Am 7,14: "Non ero profeta né figlio di profeta"). Anche le tradizioni sapienziali (che molto hanno influito nella trasmissione della rivelazione che Dio ha fatto di se stesso) amano presentare il rapporto tra Dio che si rivela e il popolo che a lui si apre come il rapporto che intercorre tra il maestro e il discepolo, tra il padre e il figlio (vedi soprattutto i primi capitoli del libro dei Proverbi, dove appare a ogni passo il dittico "figlio-padre"). Forse é questo il contesto in cui va collocata l’espressione presente in Mt 11,19: "Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere".

: Cristo Maestro di cui gli ascoltatori del Vangelo dicevano: "È uno che insegna con autorità" (Icona russa di Sofronov).
: Cristo Maestro di cui gli ascoltatori del Vangelo dicevano:
"È uno che insegna con autorità" (Icona russa di Sofronov).

"Sedersi ai piedi del maestro"

Anche il Nuovo Testamento conosce il rapporto maestro-discepolo. I vangeli documentano spesso la presenza di "discepoli di Giovanni Battista", di "discepoli dei Farisei" e di "discepoli di Gesù" (vedi Mt 9,14). Era l’espressione "stare seduti ai piedi del maestro" quella che indicava il discepolo che aveva scelto il proprio maestro e si formava al suo insegnamento (vedi At 22,3, dove Paolo presenta se stesso "ai piedi di Gamaliele", un grande rabbi del suo tempo). Questo insegnamento era impartito solitamente nella "Casa dello studio", come era chiamata la sede del maestro (in ebraico, Bet Midràsh).

Gesù stesso è presentato con frequenza nei vangeli nell’atteggiamento di "stare seduto" e con "ai suoi piedi" i discepoli (o le folle). Questo era l’atteggiamento abituale del maestro, con il quale si volevano esprimere la grande importanza dell’insegnamento che veniva impartito e la cura particolare con cui esso veniva trasmesso (esempio caratteristico è il "Discorso della montagna", pronunciato da Gesù in questo atteggiamento: "Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli", Mt 5,1).

Un antico testo giudaico descrive così le tappe che scandivano l’itinerario della formazione culturale e religiosa presso gli Ebrei: "A 5 anni comincia lo studio della Toràh (cioè la Bibbia); a 10 anni lo studio della Mishnà (che è la raccolta delle tradizioni orali affiancate al testo scritto della Bibbia); a 13 anni comincia l’obbligo dell’osservanza dei comandamenti e delle prescrizioni della legge mosaica; a 15 anni comincia lo studio del Talmùd (un’ampia raccolta di scritti dei grandi maestri di Israele); a 18 anni si celebra la kuppàh (cioè il matrimonio)" (Trattato "I Capitoli dei Padri" 5,23).

Concluso questo itinerario, il giovane che intendeva abbracciare la professione dello scriba o del giudice o del rabbi proseguiva gli studi trasferendosi in città, dove si metteva alla scuola di un maestro famoso che gli avrebbe impartita una adeguata formazione. Gli scritti della tradizione giudaica non esitavano a favorire questa formazione, quando affermavano: "Procurati un maestro di Toràh" (Trattato "I Capitoli dei Padri" 1,6).

La missione degli Apostoli (Icona russa del XIV secolo).
La missione degli Apostoli (Icona russa del XIV secolo).

Nel vangelo di Matteo è documentato lo sforzo dei farisei per "arruolare" discepoli anche tra i "prosèliti" (termine greco che indicava gli stranieri residenti nella Terra santa). Alla loro scuola, tuttavia, la formazione di questi "discepoli" non poteva raggiungere la pienezza offerta dalla persona e dalla parola di Gesù. Infatti l’evangelista ne critica il metodo e ne denuncia il fallimento: "Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi" (Mt 23,15).

Gesù e i suoi discepoli

Non è stato così per i discepoli di Gesù. Essi non sono andati alla ricerca di un rabbi, ma è stato Gesù a scegliere loro (vedi Gv 15,16: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi"). Essi non avevano messo in conto di abbracciare la professione dello scriba o del rabbi, ma erano già impegnati nel loro lavoro manuale di pescatori, secondo una rigida prescrizione del Talmùd: "Ogni padre è obbligato a insegnare al figlio un mestiere. Chi non insegna a suo figlio un mestiere, gli insegna a diventare un ladro". Non solo, ma certamente anch’essi, come ogni fervente israelita, avevano accettato con convinzione la raccomandazione racchiusa in Siracide 11,1: "Sii costante nei tuoi impegni e sappi invecchiare nel tuo mestiere".

Con Gesù il rapporto maestro-discepolo è completamente innovativo. Mentre gli altri maestri, come documenta il Talmùd, esortavano i discepoli a "fissare con scrupolo un tempo per lo studio della Toràh", Gesù rivela se stesso quale "libro" di apprendimento (vedi Mt 11,29: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"), fino ad attribuire a sé le tre grandi prerogative attribuite alla Legge mosaica, da sempre intesa nell’Ebraismo come la via, la verità e la vita del fedele israelita ("Io sono la via e la verità e la vita", Gv 14,6). Mentre i rabbini invitavano a costruire "una siepe" attorno alla Legge, Gesù apre le vie della comunicazione che, attraverso la sua persona e il suo agire, rivelano al mondo la vera identità di Dio.

Con i discepoli Gesù vive l’esistenza di ogni giorno sperimentando un’intensa familiarità. E quando i discepoli "indietreggiano" nell’affrontare la prova decisiva della vita di Gesù - che è la Croce - e non lo "seguono" più, essi immediatamente perdono questa significativa qualifica di "discepoli" e vengono "declassati" al ruolo anonimo di "tutti", che li assimila al ruolo generico riservato alle "folle", che non sanno riconoscere in Gesù il Salvatore e il Figlio di Dio (vedi Mc14,50: "Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono"). Questo spiega perché nel Nuovo Testamento i discepoli di Gesù vengono designati anche con il verbo greco akolouthèo, che significa "seguire". Ma soprattutto questo verbo indica la "sequela" piena e totale che caratterizza il discepolo di Gesù, che lo "segue" fino alla Croce.

Gesù, Maestro dell'umanità, parla alle folle che lo seguivano ovunque andava (disegno di Brian Delf).
Gesù, Maestro dell’umanità, parla alle folle che lo seguivano ovunque andava (disegno di Brian Delf).

Gesù invita i suoi discepoli storici (i "Dodici") a proporre a tutti gli uomini questa stessa esperienza di vita insieme che li ha caratterizzati: "Andate e fate discepole tutte le nazioni" (Mt 28,19). E alla nostra epoca, segnata dal rapido flusso dell’informatica, Gesù sembra additare nella "siepe/rete" collocata dai rabbini attorno alla Toràh, la grande "rete" informatica che raggiunge in ogni luogo i discepoli che ancora oggi egli chiama "perché stiano con Lui" (Mc 3,14) e abbattano ogni "siepe" che tenta di trattenere il flusso vorticoso del vangelo ("Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura", Mc 16,15).

 


"Il Figlio prediletto"
  

L’esperienza di filiale obbedienza al Padre è stata per Gesù decisiva per la sua formazione alla missione di "Figlio prediletto".
  

È soprattutto il Vangelo di Matteo a sottolineare lo stretto legame che unisce Gesù a Dio: Gesù è "il Figlio" e Dio è "il Padre" o, come ama esprimersi Matteo, "il Padre che è nei cieli".

Nella riflessione teologica posteriore questo particolare legame sarà approfondito dall’evangelista Giovanni, che scrive verso la fine del primo secolo d. C. Nel suo "vangelo spirituale" (come è chiamato il suo scritto su Gesù) egli vede nell’"Unigenito Figlio" il dono di Dio all’umanità (o al "mondo", secondo una terminologia cara al quarto evangelista, vedi Gv 3,16).

Battesimo del Giordano.
Nella Trasfigurazione del Tabor (Raffaello - sopra) e al Battesimo del Giordano
Gesù è stato proclamato dal Padre "Figlio prediletto".

Il Padre che è "nei cieli"

Il "cielo", nel linguaggio della Bibbia, evoca l’ambito divino o, come preferisce affermare il pensiero moderno con termini filosofici più elaborati, "l’oltre", "il tutt’altro", "il trascendente".

La "terra" indica l’ambito dell’uomo, le sue origini ("dalla terra sei stato tratto", Gn 3,19), il suo sviluppo, il suo destino ("polvere/terra sei e in polvere/terra ritornerai", Gn 3,19). Mentre nel vangelo di Giovanni viene accentuata la contrapposizione tra questi due ambiti ("Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo", Gv 8,23), nel vangelo di Matteo essi si congiungono nella persona di Gesù, il figlio.

Figlio di Giuseppe, Gesù ha imparato da lui l’obbedienza alla volontà del Padre, un’obbedienza che ha la capacità di unire questi due ambiti; il cielo e la terra, Dio e l’uomo. Giuseppe è chiamato dall’evangelista Matteo "uomo giusto", perché in tutto ha cercato di compiere la volontà di Dio (questo è infatti il significato che il termine "giusto" ha nella Bibbia). È vedendo la fedeltà di Giuseppe e la sua adesione costante alla volontà di Dio che Gesù non esita a collocare questo stesso atteggiamento nella preghiera del "Padre nostro" ("sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra", Mt 6,10).

"Mi ha nascosto all’ombra della sua mano"

In questa espressione, che troviamo nel testo di Is 49,1-6 conosciuto come "Secondo canto del Servo del Signore", possiamo racchiudere la lunga esperienza di Gesù a Nazaret, nella sua identità di "figlio".

L’"ombra" che lo "nasconde" è l’insieme dei molti anni che egli trascorre nel silenzio e nell’anonimato di Nazaret, prima di intraprendere la sua missione. Ma questo non è stato un periodo inerte o insignificante. In esso, infatti, ha "agito" la "mano" del Signore (nella Bibbia la "mano" è simbolo dell’agire di Dio, della sua custodia e della sua protezione nei confronti dell’uomo). Come nella creazione Dio ha plasmato con le "mani" l’argilla, rendendola con il suo soffio l’essere vivente che è l’uomo (vedi Gn 2,7), così negli anni del silenzio e della preparazione a Nazaret Dio ha plasmato con la vita, l’esempio e la preghiera di Giuseppe e di Maria il "figlio" Gesù ("E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini", Lc 2,52). Questa esperienza di "figlio" fatta a Nazaret (vedi Lc 2,51: "Partì con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso") è stata decisiva per Gesù, per essere formato alla sua missione di "Figlio prediletto" obbediente alla volontà del Padre.

Trasfigurazione del Tabor.
Nella Trasfigurazione del Tabor e al Battesimo del Giordano (Giotto - sopra)
Gesù è stato proclamato dal Padre "Figlio prediletto".

"Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"

Questa rivelazione, che l’evangelista Matteo colloca all’inizio del ministero di Gesù nel Battesimo (e che riporta anche nel cuore della sua missione, nella Trasfigurazione), si è resa necessaria per far conoscere la vera identità dell’uomo di Nazaret, che nella sua famiglia era cresciuto nella fede dei Padri e nell’obbedienza a Dio. L’uomo che sale dall’acqua del fiume Giordano (come si legge nell’episodio del Battesimo in Mt 3,13-17) non è solamente "il figlio del carpentiere" o "il figlio di Maria", come era comunemente conosciuto a Nazaret. Questi due titoli, che hanno caratterizzato il periodo della preparazione di Gesù alla missione nel silenzio e nell’esemplarità della vita quotidiana nella casa di Nazaret, non potevano esaurire il mistero profondo della sua persona. Egli è e rimane soprattutto "il Figlio prediletto", di cui Dio si era preso cura attraverso Giuseppe e Maria di Nazaret. Questa rivelazione, fatta davanti ai contemporanei di Gesù e al Battista, viene "dal cielo" ("Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto", Mt 3,17; vedi anche Mt 17,5).

Come dicevamo, "il cielo" è l’ambito di Dio e Gesù ora viene collocato di diritto in questo ambito. Il figlio che a Nazaret (immagine della "terra") ha obbedito e ha operato in piena adesione alla volontà del padre Giuseppe e della madre Maria, ora è il "Figlio prediletto di Dio" che inizia la sua missione (nell’episodio del Battesimo) e cammina verso la Croce e la Pasqua (nell’episodio della Trasfigurazione) in filiale obbedienza al Padre "che è nei Cieli" e alla sua Volontà. In questa esemplarità, che vede in Gesù congiungersi il "cielo" e la "terra", la volontà del padre Giuseppe e la volontà del Padre del cielo, Gesù lascia trasparire la sua identità di Maestro che educa i discepoli - da lui chiamati a seguirlo - a unire essi pure il "cielo" e la "terra", la volontà di Dio e la loro volontà, formata alla scuola dell’obbedienza di Gesù stesso verso il Padre "che è nei Cieli".